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| LA STORIA DI GORIZIA | |
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Il villaggio di Goriza – montagnola in lingua slava – viene nominato per la prima volta in un diploma del 28 aprile 1001, con il quale l’imperatore Ottone III lo concedeva assieme ai territori circostanti metà al patriarca di Aquileia e metà al conte del Friuli Werihen. Il territorio sarebbe poi stato interamente assegnato (1077) dall’imperatore Enrico IV al patriarca e sottoposto alla gestione del suo braccio armato: i duchi di Carinzia Eppenstein. Questi furono sostituiti dai Mainardi – conti di Gorizia - dopo la loro estinzione, avvenuta nei primi anni dell’XI secolo. Fu sotto la dinastia dei Mainardi che il villaggio iniziò il proprio sviluppo, grazie alla costruzione del nucleo originario del futuro castello; la zona della montagnola cominciò a costituire il centro politico-amministrativo di quella che andava diventando città, mentre le attività agricole, artigianali e commerciali si concentrarono nella pianura circostante.
Nel 1500 con l’estinzione dei conti di Gorizia la città e i territori della contea passarono al dominio asburgico, suscitando le proteste veneziane. Gorizia vedeva rafforzata quella particolare caratteristica di terra di confine acquisita già con la originaria bipartizione del 1001 e destinata ad accompagnarla per tutto il corso della sua storia. La questione della delimitazione dei confini tra il territorio asburgico e quello veneziano portò infatti Impero asburgico e Repubblica di Venezia a scontrarsi per molte volte nel corso degli anni, talvolta dando vita a vere e proprie guerre (come ad esempio la Guerra di Gradisca del 1615-1618).
Con la suddivisione dei domini degli Asburgo d’Austria successiva alla morte dell’imperatore Ferdinando I (1564), Gorizia - ora parte dell’Austria Interna – entrò nella realtà dell’Impero, acquisendo in specie il ruolo di crocevia commerciale – terra di contatto tra Europa centrale e penisola italiana. L’ampliamento degli orizzonti giovò in maniera particolare alla nobiltà, che vide aprirsi nuove possibilità di carriera e che partecipava all’amministrazione della città attraverso l’istituzione degli Stati Nobiliari, una sorta di parlamento con competenze proprie soprattutto in materia fiscale.
Terra di confine anche per quel che riguarda la questione religiosa: vista dai protestanti come possibile trampolino di lancio per una diffusione della Riforma in terra italiana, dai cattolici come importante roccaforte da mantenere fedele alla Chiesa di Roma. Parte della nobiltà goriziana venne effettivamente attratta dalla fede luterana, ma la reazione degli arciduchi Carlo e Ferdinando (futuro imperatore Ferdinando I) contribuì in modo decisivo a fare della diffusione della Riforma un episodio di brevissima durata nella millenaria storia della città. Per rinsaldare la fede cattolica nel territorio il Papato e l’Impero promossero l’insediamento di ordini religiosi quali cappuccini, gesuiti e orsoline. I gesuiti in particolare, con il loro collegio, il seminario e la chiesa di S. Ignazio, avrebbero dato un fondamentale contributo allo sviluppo non solo culturale, ma anche urbanistico della città. Il progetto di staccare Gorizia dal patriarcato di Aquileia per stabilirvi una nuova diocesi, sorto nella seconda metà del ‘500, dovette invece attendere quasi due secoli per essere portato a compimento (1750). Le riforme giuseppine avrebbero portato alla breve soppressione dell’arcidiocesi di Gorizia (1788), ripristinata dopo la morte di Giuseppe II.
Le continue guerre che videro protagonisti gli Asburgo tra Sei e Settecento causarono un costante incremento della pressione fiscale, che si volgeva contro gli strati subalterni della popolazione: nobiltà e clero godevano dell’immunità fiscale e tra i nobili vi fu chi riuscì ad incrementare sensibilmente le proprie ricchezze, mentre Vienna capitale dell’Impero diveniva sempre di più un punto di riferimento culturale. Gorizia venne però a perdere il ruolo di crocevia commerciale, specie in occasione della istituzione dei porti franchi di Trieste (1719) e Fiume (1729), mentre lo sviluppo urbanistico della città proseguì con una certa regolarità. Le campagne napoleoniche toccarono anche la città in riva all’Isonzo, che venne occupata dai francesi nel 1797 e passò più volte di mano fino alla assegnazione all’Austria in virtù del trattato di Parigi del 1814.
Terminate le guerre di inizio Ottocento, cominciò per l’Austria e per Gorizia un periodo di significativo sviluppo economico e culturale; si moltiplicarono le associazioni, nelle quali andarono riunendosi le diverse componenti – italiana, slovena e austriaca – della popolazione, in un periodo nel quale la questione nazionale andava assumendo sempre maggiore importanza. Le prime istanze risorgimentali e la costituzione del Regno d’Italia contribuirono a complicare i rapporti tra italiani e sloveni, i cui scontri segnarono sempre più la vita della città, fino allo scoppio della Grande Guerra. Lo sviluppo economico di Gorizia soffrì un importante arresto intorno alla metà dell’Ottocento, aggravato dal passaggio del Veneto all’Italia (1866), cosa che costituì la perdita di un importante mercato. Un nuovo destino sembrò poter arridere alla Gorizia di fine Ottocento, quello di stazione climatica: si pensò di poter farne una sorta di Nizza austriaca.
L’entrata dell’Italia nella Grande Guerra (1915) segnò l’ingresso della città isontina nelle cronache belliche. Gli eserciti italiano ed austriaco combatterono aspramente tra il Carso e l’Isonzo; la città venne presa dal primo e riconquistata dal secondo, fatta evacuare, sottoposta alla violenza dei bombardamenti e provata dai saccheggi. Con la sconfitta austriaca la città passò all’amministrazione dei Savoia, cosa che acuì i contrasti tra sloveni e italiani, due gruppi nazionali che si riferivano ora a due Stati diversi: Gorizia ancora una volta si vedeva caratterizzata dall’essere luogo di confine.
La città e le campagne circostanti uscirono gravemente ferite dalla vicenda bellica: il clima era infestato dalla violenza e la crisi economica sensibile, anche se la ricostruzione urbanistica di Gorizia venne conclusa con buoni risultati. La difficile convivenza fra le componenti italiana e slovena della città venne ancor più complicata dall’avvento dei fascisti, che decisero lo smembramento della provincia tra quelle di Trieste e Udine.
La Seconda guerra Mondiale caratterizzò la vita della città dopo l’8 settembre 1943, quando venne occupata dalle truppe tedesche. Dopo la resa dell’aprile 1945, i tedeschi abbandonarono Gorizia, dove si insediò per quaranta giorni un comando di partigiani jugoslavi. L’entrata in vigore del trattato di pace segnò la restituzione del Goriziano all’Italia, privato però di gran parte dei territori circostanti, assegnati alla Jugoslavia. Numerosi furono i provvedimenti destinati a promuovere la ripresa economica della zona nel dopoguerra, uno per tutti la concessione della Zona Franca nel 1948.
A caratterizzare Gorizia nel secondo Novecento è stato ancora una volta il suo essere luogo di confine, separata dalla linea di frontiera dalla città gemella di Nova Gorica, istituita nel 1948; una frontiera difficile, quella tra i due grandi blocchi della Guerra Fredda. Nel corso degli anni il confine ha assunto un aspetto sempre più aperto, i rapporti tra le due realtà nazionali si sono intensificati nel corso negli anni, fino alla recente definitiva apertura conseguente alla costituzione dello Stato sloveno prima e del suo ingresso nell’Unione Europea poi. Gorizia oggi è ancora una volta snodo commerciale, ma anche – con le zone adiacenti ed il Collio – meta turistica e rinomato luogo di produzioni vitivinicole.
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