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GORIZIA, 21, 22, 23 Maggio 2010 - ORIENTI
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èStoria 2010 - VI Festival Internazionale della Storia
ORIENTI
La storia di Gorizia
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A cura di Lucia Pillon
Dalla preistoria al medioevo
Gorizia deriva il proprio carattere di frontiera e zona di scambi dalla stessa conformazione del paesaggio: poco oltre la città una piana, in cui si riconosce con facilità il valico aperto e agevole citato da Paolo Diacono, unisce le valli del Vipacco e dell'Isonzo alla pianura friulana.
Gorizia alla fine del secolo XIX. Dal libro
Gorizia in posa
, LEG 1989
Attraverso quella piana, secondo un percorso già seguito dai Celti, si sviluppava l'importante strada statale romana che, dagli inizi del I secolo a.C., collegava l'Italia con le aree alpina (Norico) e danubiana (Pannonia).
Dal III secolo d.C. l'area fu protetta da strutture difensive. Vide grandi battaglie - tra l'imperatore Teodosio e l'aspirante al trono Eugenio nel 394, tra Odoacre e gli Ostrogoti guidati dal re Teodorico nel 489 - primi episodi di una lunga serie di guerre e invasioni: l'occupazione dei Longobardi (568), le scorrerie degli Avari (VII secolo), la controffensiva dei Franchi (VIII secolo), infine le incursioni degli Ungari (X secolo).
La chiesa di Aquileia guidò la successiva riorganizzazione del territorio. Dal VII al X secolo una serie di donazioni le assicurò il controllo sulla pianura a destra dell'Isonzo. Quella del 1001, nota perché contiene la prima menzione di Gorizia, assegnò ai patriarchi aquileiesi il primo possedimento sulla riva sinistra del fiume.
Rispetto a donazioni e concessioni precedenti la donazione è significativa, perché riferita non a una singola località, ma ad un'unità fondiaria ben precisa, incentrata sul castello di Siliganum (Salcano) e sul villaggio di Goriza (dallo slavo 'montagnola'). Sull'area, oggi posta tra Slovenia e Friuli, si sviluppò dal secolo XI un gioco politico che determinò la fortuna di Gorizia.
L'ascesa di quest'ultima è legata dal XII secolo alla dinastia dei conti di Lurn, individuati dal nome-guida di Meginhard, poi Meinhard, attestati nel Lurngau superiore - una regione estesa dallo spartiacque di Dobbiaco alla media valle della Drava, a ovest di Villacco - e legati all'antica nobiltà bavarese. Giovarono alla casata legami matrimoniali con nobili di primissimo livello (Sighardinger, Spanheim, Ariboni ed Eppenstein), fortunate vicende ereditarie e indiscusse capacità politiche.
Mainardo I di Lurngau figura quale avvocato (cioè difensore e braccio armato) della chiesa di Aquileia dal 1125. Usò con brutalità del proprio titolo, impossessandosi di nuovi territori e facendone in seguito legalizzare l'acquisizione. Altrettanto fecero i suoi successori. I patriarchi invece, pur riuscendo a farsi risarcire dei soprusi subiti, non riuscirono più ad affrancarsi dai loro scomodi avvocati, la cui carica era divenuta ereditaria.
Lo stesso Mainardo si legò ad Enrico IV di Spanheim, duca di Carinzia dal 1122, citato nel 1146 come conte di Gorizia: un titolo probabilmente connesso alla costruzione, verso il 1100, di un castello sull'altura da cui Gorizia prendeva il nome. Il castello e il territorio collegato costituirono un centro di potere utile allo sviluppo della contea goriziana, che spezzò la signoria di Aquileia sul Friuli.
Del gruppo segnò un'ulteriore evoluzione il matrimonio di Mainardo III di Gorizia con Adelaide, figlia di Alberto III del Tirolo. Alla morte di lui (1253), Mainardo III ereditò un dominio molto vasto, dai confini dell'attuale Svizzera all'Istria. La divisione dei domini tra i figli Mainardo IV e Alberto II fu perfezionata nel marzo 1271. A Mainardo IV (II del Tirolo) spettò la parte posta a occidente della Stretta di Rio di Pusteria, ad Alberto II (I di Gorizia) quella orientale. Sancì i buoni rapporti tra i due fratelli la divisione dei loro consistenti proventi doganali, connessi al controllo delle principali vie d'accesso all'Italia.
I rapporti fra i due rami finirono tuttavia con l'incrinarsi, influendo sul gioco delle alleanze sviluppatosi nell'area nord-orientale della penisola dall'inizio del XIII secolo. Le principali potenze dell'area volevano controllare, qui, le direttrici dei traffici e i conti di Tirolo e di Gorizia, in conseguenza del controllo esercitato sulla cerchia alpina, ebbero modi di trattare da posizioni dominanti con poteri transalpini e città italiane.
Fu in questo quadro che si sviluppò il progetto politico di Enrico II di Gorizia, alleato dei trevisani Da Camino e del veronese Cangrande della Scala. Divenuto vicario imperiale e capitano generale del Friuli (1318), gestì un territorio esteso dal Brenta alla croata Kolpa e diviso in quattro province, rette da capitani insediati a Lienz, Pisino, Metlika, infine Gorizia. Qui, durante il Duecento, al primitivo mastio erano stati aggiunti altri edifici. L'abitato, che ottenne il diritto di mercato già nel 1210 e nel 1307 le prerogative comunali, continuò a crescere ai piedi del colle, intorno alla chiesa dei Santi Ilario e Taziano (il futuro duomo). Il borgo sul colle, invece, diventò sempre più il centro del potere e della residenza di cavalieri e ministeriali legati al servizio del conte.
La morte improvvisa di Enrico II (1323), interruppe il suo progetto di una signoria territoriale vasta tanto da inglobare lo stato patriarchino. Dopo la sua scomparsa il casato conobbe una crisi definitiva, cui concorsero scissioni interne, mancata coesione ed estinzione dei rami familiari, processi di erosione territoriale avviati dagli Asburgo, cui pervennero il ducato di Carinzia (1335), la contea del Tirolo (1363) e quella di Pisino (1374). Dopo il crollo dello Stato patriarchino (1420), ai Goriziani rimasero solo ruoli da comprimari su una scena dominata da Serenissima, Asburgo, conti di Cilli (Celje, ora in Slovenia), Ungheria e minacciata, dopo la caduta di Costantinopoli (1453), dai Turchi. Nel tentativo di frenarne le incursioni in Friuli, durante gli anni Settanta del Quattrocento la Serenissima eresse, in territorio goriziano, difese mobili lungo l'Isonzo e la fortezza di Gradisca. La mossa finì con l'avvicinare Leonardo di Gorizia a Massimiliano d'Asburgo. Ormai stabilmente residente a Lienz e privo di eredi, il conte lo designò a suo successore. Alla morte di Leonardo, nel 1500, l'Asburgo occupò immediatamente Gorizia e la sua contea, ponendo fine, in maniera aperta a futuri contrasti con la repubblica di Venezia, al medioevo goriziano.
Dal Cinquecento alle dominazioni napoleoniche
Venezia, impegnata a respingere l'avanzata dei Turchi nell'alto Adriatico, non rispose militarmente al passaggio di Gorizia agli Asburgo. Nel febbraio 1508, cercando di volgere a proprio vantaggio le prime avvisaglie di una sua crisi, in parte forse preannunciata dalla rinuncia a Gorizia, Massimiliano d'Asburgo occupò l'altopiano d'Asiago e il Cadore. Fu annientato dalle forze della Repubblica, che ottenne nella primavera del 1508 il controllo di costa e terraferma fino allo spartiacque delle Giulie. La lega di Cambray riuscì però a smembrare i domini veneti nell'Italia settentrionale. Nel giugno 1509, dopo solo tredici mesi di occupazione, anche Gorizia tornò agli Asburgo. Proseguendo l'opera iniziata dallo Stato veneziano, gli Austriaci continuarono a fortificare il castello e il borgo circostante, che fu completamente circondato da mura.
L'abitato ai piedi del colle, chiuso dal canale chiamato «Grapa» (da Graben ovvero fossato), riceveva intanto la propria forma dalle strade. Diverse arterie offrivano alla città nuove direttrici di sviluppo: lungo la via per la Carinzia, dove i vini goriziani erano scambiati con lino e ferro, verso il Collio e il Friuli, verso la pianura, verso il Carso e Trieste, verso Lubiana e l'Ungheria, da dove i traffici di bestiame e pellami muovevano verso Venezia. I vivaci traffici commerciali poggiavano sull'inserimento della regione nei domini della Casa d'Austria. Quando l'eredità di Massimiliano I fu divisa tra Carlo V e Ferdinando (1522), la contea spettò a quest'ultimo, con Carinzia e Carniola (attuale Slovenia). Dopo la spartizione intervenuta tra i figli di Ferdinando I (1564), fu sottoposta alle autorità di Graz. Recisi i legami, di origine medievale, con il Tirolo, appartenne da allora all'Austria interiore, con Trieste, Fiume, l'Istria asburgica, Carinzia, Carniola e Stiria. Divenuta provincia periferica dell'ampia realtà asburgica, necessitava di un sistema di governo stabile e riferito al centro. L'imperatore Massimiliano I la suddivise in 16 capitanati e nominò il capitano di Gorizia a capo della contea.
Parallelo all'istituto dei capitanati e formato dalle rappresentanze dei diversi ceti fu l'organismo di autogoverno costituito dagli Stati provinciali. Erano i veri detentori del potere sulla contea, che rappresentavano dinanzi all'imperatore. La loro competenza riguardava l'amministrazione fiscale, l'ordine pubblico, l'annona e la sanità, l'industria, i commerci, le strade e le foreste, nonché l'amministrazione della giustizia per i ceti privilegiati. Per i non nobili, questa era affidata a signori e giurisdicenti feudali, mentre per la sola Gorizia era demandata a un tribunale di cittadini: il Magistrato civico. La sua sede, costruita nel 1572, fronteggiava il palazzo degli Stati, sorto nel 1542 sulla piazza sottostante il castello.
L'iniziale carenza di nobili fece sì che agli Stati provinciali goriziani potesse partecipare un patriziato cittadino formato da professionisti e ricchi mercanti. Di conseguenza, a Gorizia rimase bloccato lo sviluppo di un organo di autogoverno cittadino e si affermò, per contro, l'assoluta egemonia del ceto nobiliare.
Il passaggio agli Asburgo aveva giocato a vantaggio dei nobili, aprendo agli elementi migliori di casate più o meno antiche (Dornberg, Della Torre, Rabatta, Strassoldo, Cobenzl, Lantieri e Coronini Cronberg) l'accesso a incarichi a corte e nella diplomazia. A Gorizia rimase una nobiltà arroccata a difendere i propri privilegi e il controllo su produzione e smercio del vino. Priva di vocazioni commerciali e imprenditoriali, preferì gli investimenti immobiliari e, durante il Seicento, partecipò alla costruzione di chiese e conventi, all'interno dell'ampia azione promossa dalla casa d'Austria per cancellare gli influssi della Riforma.
Provenendo dai paesi tedeschi, attraverso Carinzia e Carniola, questa si era propagata dopo la metà del Cinquecento in Friuli e nel Goriziano. Ignoranza e malcostume del clero, atti a favorire la penetrazione delle idee luterane, erano imputabili anche alle carenze dell'attività pastorale esercitata, nei territori imperiali, dai patriarchi di Aquileia, sempre assenti perché espressi dalla nobiltà veneta. Per risolvere la questione si progettò di fondare, a Gorizia, una diocesi autonoma per i territori austriaci, ma Venezia oppose sempre alla proposta un netto rifiuto.
La politica della cattolica Casa d'Austria colpì, dopo il 1578, i nobili luterani, segnando la sconfitta della Riforma nella contea. Gli ordini religiosi, soprattutto quelli nati nel Cinquecento, assicurarono in seguito la formazione di popolo e ceti dirigenti, mediante una capillare azione pastorale. La loro opera s'iscrisse nella stessa struttura urbana. Guardata da un santuario mariano costruito sul vicino Monte Santo e da un convento di Carmelitani, sul colle della Castagnavizza, Gorizia ne uscì notevolmente trasformata. Nel 1672 il monastero delle Orsoline raccordò l'antico centro alle pendici del castello con lo spianata del Travnik (oggi piazza della Vittoria), promossa a centrale piazza cittadina dalla costruzione di un grande complesso gesuitico, con il collegio e l'imponente chiesa di Sant'Ignazio, fronte di un vero e proprio quartiere ecclesiastico. La cittadella cattolica, comprendente il Collegio dei nobili (attuale sede della Biblioteca statale), la chiesa di San Giovanni e il convento delle Clarisse, si estendeva al borgo di Piazzutta, dove era sorto nel 1656 un ospedale affidato ai Fatebenefratelli. Al capo opposto della città stava il convento dei Cappuccini, giunti a Gorizia già nel 1591.
Le guerre che devastavano l'Europa, unite al declino veneziano, avevano intanto rallentato i traffici commerciali già interessanti Gorizia, deviandoli verso Trieste. L'economia locale continuava però ad avvantaggiarsi della vicinanza del confine con lo stato veneto. La linea che separava quest'ultimo dai domini asburgici rimase indefinita molto a lungo, nonostante ripetute trattative. La lasciò invariata anche la guerra degli Uscocchi, combattuta tra Venezia e Asburgo intorno a Gradisca e sul Calvario, dal 1615 al 1617. L'anno dopo, nel 1618, scoppiava la guerra dei Trent'Anni. Nel 1647, per sopperire alle spese connesse a quel conflitto, gli Asburgo cedettero agli Eggenberg, ricchissima famiglia d'origine stiriana, la fortezza di Gradisca con il suo territorio, elevato a contea principesca. I confini con lo Stato veneto conservarono il proprio tracciato tortuoso, che continuò a permettere di aggirare i regolamenti doganali a beneficio di ogni tipo di traffico, con netto vantaggio dell'economia goriziana.
All'estinzione degli Eggenberg (1717), la contea gradiscana tornò agli Asburgo, ma mantenne la propria autonomia amministrativa. Risoluzioni sovrane emante nel 1754 l'avrebbero infine riunita a Gorizia nel complesso delle «Unite principesche contee di Gorizia e Gradisca», retto da un organismo di nomina sovrana, il Consiglio capitaniale, che soppiantò l'antico sistema dei capitanati.
Le forti spese legate al costante impegno bellico, nella difesa contro i Turchi e nelle guerre di successione, quindi la ricerca delle risorse necessarie a trasformare in Stato centralizzato un'entità ancora caratterizzata dal particolarismo, avevano indotto la potenza asburgica a imporre ai propri territori una crescente pressione fiscale. Durante tutto il Settecento la casa d'Austria necessitò di credito, che conseguì appaltando la riscossione dei tributi a finanziatori privati. A spese degli strati subalterni della popolazione - nobili e clero godevano infatti di immunità fiscale - si formarono perciò nuove e cospicue ricchezze. La piccola contea goriziana fu gravemente colpita dalle imposte straordinarie, quali i dazi sul vino e sulla carne, che penalizzavano le risorse principali della sua economia. Nel 1713 lo scontento, anticipato da una serie di sedizioni contadine scoppiate durante il Seicento, esplose nella rivolta dei contadini di Tolmino, repressa nel sangue, con intervento militare ed esecuzioni capitali. Le richieste dei contadini non potevano, infatti, essere accolte senza mettere in discussione la cessione dei servizi in appalto, adottata dall'erario imperiale per assicurarsi entrate certe, nonostante l'inefficienza dei propri apparati.
I sovrani austriaci intrapresero con piglio dirigistico la riorganizzazione dei propri domini. La loro politica economica, ispirata alle teorie del mercantilismo, tese a rendere interdipendenti le economie dei diversi domini per promuoverne l'unità politica. La relativa mitezza del clima e la vicinanza agli stati veneti, di cui la casa d'Austria voleva contrastare le importazioni di manufatti e da cui, per contro, poteva provenire manodopera specializzata, fecero decidere di potenziare, nelle contee, il settore serico. In tal senso fu fatto costruire a Farra d'Isonzo, nel 1722, con contributo statale, un grande stabilimento per la filatura della seta. L'impianto, tuttavia, al pari di altre manifatture regie, fu oggetto di una gestione assistita e le misure adottate dal governo per proteggerne la produzione finirono col danneggiare piccole manifatture e traffici locali. Nel corso del secolo il sostegno statale comunque favorì la maturazione di capacità imprenditoriali, soprattutto fra gli ebrei. La vicinanza di un confine facilmente aggirabile continuò a sorreggere l'economia goriziana.
L'afflusso di tessitori provenienti dai territori veneti, attirati dai vantaggi offerti dal governo asburgico per favorire l'immigrazione di manodopera qualificata, determinò la crescita demografica del capoluogo, riparando i vuoti causati dalla gravissima epidemia di peste del 1682.
L'espansione urbana proseguì in maniera proporzionale all'aumento della popolazione, seguendo due fondamentali direttrici di sviluppo. La prima, «via dei Signori» (oggi via Carducci), collegava la piazza del Travnik alla piazzetta antistante il palazzo degli Attems-Petzenstein (oggi sede dei Musei provinciali), dietro al quale sorgeva dal Seicento il ghetto ebraico (attuale via G. I. Ascoli). La seconda era segnata dal rettilineo che dal palazzo degli Attems-Santa Croce (odierno Municipio) portava al teatro costruito nel 1740 e alla residenza signorile dei Della Torre (attuale villa Louise). Sulla strada si affacciava il palazzo del ricco Francesco Alvarez di Menesses (oggi sede universitaria), dove nel 1786 fu trasferito dalla Piazzutta l'ospedale dei Fatebenefratelli.
Già connotata, durante il Seicento, dai grandi complessi religiosi, la città vide ora definita la sua immagine dalle facciate dei palazzi disegnati da Nicolò Pacassi, architetto attivo alla corte di Maria Teresa. A Gorizia trovò il proprio committente principale negli Attems.
La persona di Carlo Michele d'Attems, originario di Gorizia, ma legato alla corte austriaca e a quella pontificia, incarnò la guida ideale della diocesi finalmente creata nel 1752, profittando del tramonto della potenza veneziana. La nuova istituzione contribuì ad elevare il tono della città, dove sorsero un seminario vescovile e le prime tipografie, insieme ad accademie e società: l'Accademia dei Filomeleti nel 1744, una colonia arcadica, una Società di agricoltura fondata nel 1765 e la Nobile Società de' Cavalieri dell'ordine di Diana Cacciatrice, ispirata ad ideali massonici. Al loro interno, così come a teatro e nei salotti, i nobili potevano interpretare il ruolo di protagonisti della cultura, mischiarsi agli esponenti delle professioni, conoscere letterati (quali Giacomo Casanova e Lorenzo da Ponte) provenienti dal dominio veneto, per i quali Gorizia rappresentava la prima tappa del viaggio verso Vienna.
Si verificava intanto, attraverso le radicali riforme giuseppine, il distacco dei nobili dalla gestione del potere. La politica dell'imperatore, tesa a formare una chiesa nazionale, colpì duramente anche la diocesi goriziana, che perse tutti i conventi giudicati privi di utilità sociale e il seminario. Nel 1788 fu soppressa anche l'arcidiocesi. Dopo la morte di Giuseppe II, l'imperatore Leopoldo II ripristinò, nel 1791, il vescovado di Gorizia, ma annullò solo in parte l'opera del predecessore. Le riforme ecclesiastiche giuseppine segnarono la Chiesa austriaca, che vide rimanere allentato il proprio rapporto con Roma. A testimoniare l'azione di Giuseppe II rimase un'organizzazione burocratica e militare che unificò i territori dell'Impero, al pari dell'uso, ormai comune, della lingua tedesca.
Iniziò nel 1797 il discontinuo periodo delle occupazioni francesi: dal marzo al maggio del '97, poi tra il novembre 1805 e il gennaio del 1806. Più prolungata fu l'occupazione del maggio 1809, seguita dall'inserimento del Goriziano nelle neocostituite Province illiriche, cui la contea rimase sottoposta fino al '13, per essere poi definitivamente assegnata all'impero d'Austria nel 1814.
In base alla nuova divisione dell'Europa furono destinati all'Austria i territori della Serenissima. Accanto ai danni causati dalle guerre e dal protezionismo francese, l'attrazione esercitata dalle produttive province del Lombardo Veneto avrebbe determinato la definitiva crisi dell'«industria» della seta, verso la quale era stato indirizzato, durante il Settecento, lo sviluppo dell'economia locale. Questa fu caratterizzata a lungo da attività artigianali e manifatturiere operanti in funzione del solo consumo locale e finì assorbita dall'orbita del porto franco triestino, ma senza che quest'ultimo riuscisse a rendenderlo proprio, vivace bacino agricolo e manifatturiero. (...)
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