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VII FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLA STORIA
GORIZIA, 20, 21, 22 Maggio 2011 - GUERRE
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èStoria 2011 - VII Festival Internazionale della Storia
GUERRE
La storia di Gorizia
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Dalla Restaurazione alla realizzazione della "nuova" Europa
I processi di centralizzazione avviati nel '700, proseguiti dal governo napoleonico e portati a compimento durante la Restaurazione fecero della contea una mera circoscrizione amministrativa, di Gorizia una città di provincia, che ospitò l'esilio dei Borboni, giunti a Gorizia nel 1836 e sepolti nel santuario della Castagnavizza. La piccola città attraversò in quegli anni un periodo di progresso, in gran parte dovuto all'iniziativa dei Ritter, famiglia d'imprenditori provenienti da Trieste e originari di Francoforte sul Meno, presto nobilitati in de Zahony. A loro, giunti in città nel 1819, va il merito di aver impiantato lungo il corso dell'Isonzo, a Straccis, una vera e propria concentrazione industriale, avvantaggiata dalla disponibilità di energia idraulica e forza lavoro a basso costo, quindi di aver costruito, sempre a Straccis, negli anni Settanta dell'Ottocento, un avanzato villaggio operaio. Affinché ai progressi del settore manifatturiero corrispondesse lo sviluppo delle infrastrutture viarie, i Ritter ottennero che il tracciato della ferrovia Meridionale subisse, nel 1858, una deviazione verso Gorizia. Per limitare lo scarto della linea rispetto all'originario tracciato, la stazione fu però costruita a sud-ovest della città, cui la unì un viale alberato che divenne la nuova direttrice dello sviluppo urbano. Un reticolo di vie e piazze coprì, durante la seconda metà dell'Ottocento, l'area attraversata dalla nuova arteria. Un ponte costruito sul torrente Corno diede accesso dal 1858 a una nuova strada verso l'Isonzo e la zona industriale (attuale viale XX Settembre). Su questa si sarebbe affacciato il parco progettato da Alfredo Coronini Cronberg attorno al palazzo, di origini cinquecentesche, ove risedette con la moglie, Carolina Ritter de Zahony.
La borghesia s'affiancò alla nobiltà, alle istanze liberali si coniugarono richieste di valorizzazione dell'identità nazionale. Nel 1848, di cui i fermenti non riuscirono a turbare l'apatia di una città sostanzialmente estranea al Risorgimento, l'avvocato Giovanni Rismondo suscitò per primo il dibattito sull'identità di Gorizia, cui partecipò anche Graziadio Isaia Ascoli, futuro grande glottologo. La componente italiana trovò in seguito in Carlo Favetti, giornalista e segretario comunale, l'animatore dell'irredentismo goriziano. Le aspirazioni liberali, largamente condivise dalla comunità ebraica, elemento portante della borghesia locale, si riaccesero con la costituzione del Regno d'Italia, nel 1860. I successi del nuovo Stato, che con la sua laicità divenne per gli ebrei un punto di riferimento, misero in primo piano la questione nazionale. Quando in Austria il neoassolutismo cedette il passo a un governo liberale, un sistema elettorale basato sul censo diede la vittoria, a Gorizia, ai liberalnazionali, che la governarono fino al 1915.
L'entroterra goriziano era, invece, prevalentemente sloveno. La Dieta della provincia - ormai un moderno ente territoriale - divenne perciò sede del confronto delle nazionalità e di un dibattito politico sempre più acceso, incentrato sulla battaglia per l'uso pubblico della lingua e sul progetto di costituzione della "Slovenia unita", opposto alle tesi dell'irredentismo italiano. Diversa la posizione, caldeggiata dal governo austriaco, incentrata su un'ideale convivenza delle nazionalità ed espressa dal barone Carl von Czoernig, nel 1873.
Della crisi economica di quell'anno Gorizia subì i contraccolpi. La concentrazione industriale di Straccis soffrì della concorrenza ungherese e americana come della perdita del mercato del Veneto consegnato all'Italia. Si ripercuoteva sul mercato interno anche la progressiva riduzione del potere d'acquisto dei contadini, di cui tra Otto e Novecento avrebbe cercato di migliorare le condizioni il movimento cattolico, promotore nelle campagne della contea di una rete di strutture cooperative.
Fu avviata allora la trasformazione dell'economia goriziana, che vide emergere impianti per la produzione di energia elettrica e industrie metalmeccaniche. Gorizia perse, a vantaggio del Monfalconese, il ruolo di polo industriale. Lo spostamento della linea del confine, dopo il '66, aveva però restituito al Goriziano la funzione di lembo meridionale dell'Impero, bacino ortofrutticolo e zona turistica. Mosse in questa direzione lo sviluppo di una Gorizia definita, secondo il felice stereotipo coniato da Carl von Czoernig, "Nizza austriaca" e che si concluse già al termine degli anni Settanta, a causa dei limiti di bilancio di quella che rimaneva, in ogni caso, una città di provincia. Nuove prospettive offrì, a inizio '900, il potenziamento delle comunicazioni ferroviarie, con la realizzazione della ferrovia Transalpina. Nel 1906, la costruzione di una nuova stazione nella periferia nord-orientale della città, le donò un'ulteriore direttrice di sviluppo. La componente slovena si era venuta progressivamente rafforzando, sorretta da istituti di credito, da una vivace realtà associativa e dalla stessa politica governativa, che la appoggiava per controbilanciare le pressioni irredentistiche della parte italiana, che s'irrigidì dinanzi alla crescente presenza di ceti medi sloveni. Dagli anni Novanta dell'Ottocento la lotta nazionale segnò la vita cittadina, provocando il naufragio dell'ideale asburgico della convivenza. La Grande Guerra avrebbe poi imposto le sue soluzioni.
Determinò ufficialmente lo scoppio del conflitto l'attentato di Sarajevo, il 28 giugno 1914, cui seguì la dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia. Dopo l'entrata dell'Italia, nel maggio del '15, l'esercito del generale Cadorna iniziò una guerra di posizione segnata da sanguinosi assalti: le undici battaglie dell'Isonzo. Nell'agosto 1916 le truppe italiane riuscirono a conquistare il monte Sabotino e a prendere Gorizia. Dopo quella, si accinsero alla conquista dell'altopiano carsico per raggiungere Trieste. Le difficoltà dell'impresa e l'intervento della coalizione austrotedesca determinarono il cedimento delle linee presso Caporetto/Kobarid, la ritirata al Piave e al Grappa e la riconquista austriaca di Gorizia con i territori del Friuli orientale. La città, danneggiata dai bombardamenti, fu abbandonata al saccheggio.
La sua ricostruzione iniziò a essere progettata da subito, ma problemi di comunicazioni, approvvigionamento e ordine pubblico, con quelli connessi al rientro dei profughi, rallentarono il ritorno alla normalità. Nel frattempo il dibattito politico si sviluppava intorno al problema delle nazionalità e del futuro assetto dell'Impero. Si giunse rapidamente alla sua dissoluzione. Dopo la vittoria italiana, in un dopoguerra distinto da difficoltà economiche gravissime, il passaggio della contea all'amministrazione sabauda fu complicato dallo scontro tra la parte italiana e quella slovena.
Le elezioni del maggio del '21 videro la vittoria della Concentrazione slava nella provincia, a Gorizia del Blocco nazionale composto da fascisti, proprietari terrieri e liberali. Un crescendo di azioni squadriste durante l'estate del 1922 portò al commissariamento del Comune e costrinse alle dimissioni la locale Giunta provinciale. Nel '23, per neutralizzare il peso della parte slovena, la provincia di Gorizia fu smembrata tra quelle di Udine e Trieste. Per controllare un'area in cui gli sloveni erano percepiti come una minaccia interna, il Partito Nazionale Fascista, risultato vincitore alle elezioni, attuò una politica di repressione etnica, che nel 1941 avrebbe esteso anche alla provincia di Lubiana, ceduta all'Italia dalla Germania nazista.
La ricostruzione della città aveva lasciato irrisolti i problemi di cui la struttura urbana aveva sofferto sin dal secolo XIX: un carente approvvigionamento idrico, una rete fognaria inesistente, una pavimentazione stradale incompleta. Durante gli anni Trenta vi provvide il regime, che promosse interventi di risanamento, aprì nuove strade, attuò una rivoluzione della toponomastica sotto il segno della mitizzazione della guerra. Nella piana tra Sant'Andrea e Merna sorsero il nuovo cimitero e l'aeroporto, da cui nel luglio del 1935 decollò la 41.a squadriglia per l'Africa orientale. A sud-est del centro cittadino spuntò una vera e propria cittadella sanitaria, comprendente anche l'ospedale da cui, negli anni Sessanta, Franco Basaglia avrebbe dato avvio alla riforma dell'istituzione psichiatrica.
Nel quadro di un'economia locale generalmente depressa, lo sviluppo degli esercizi commerciali e il proliferare degli impieghi nella burocrazia sopravanzarono le attività produttive. Il polo industriale continuò a essere ubicato lungo il corso dell'Isonzo, a Straccis. Ceduto dopo la crisi del '29 alla Banca Commerciale Italiana, passò all'I.R.I. quindi, nel '36, a un gruppo industriale lombardo.
Il secondo conflitto mondiale non ebbe gravi ripercussioni sulla vita della città fino all'8 settembre 1943. Due giorni dopo fu istituita dal governo nazista la zona d'operazioni dell'Adriatisches Küstenland o Litorale adriatico. Il 12 settembre le truppe tedesche occuparono Gorizia, mentre nel suo immediato territorio partigiani sloveni e l'italiana, comunista Brigata proletaria, iniziavano la "battaglia per Gorizia", che durò fino alla fine del mese. I Tedeschi lasciarono la città durante la notte del 29 aprile 1945. Il primo maggio vi si insediò un comando partigiano jugoslavo, con un atto di forza che prefigurava l'occupazione slovena di Gorizia. I "quaranta giorni" che seguirono furono contrassegnati da un clima di intimidazioni e violenze in cui odi e vendette personali entrarono in gioco accanto all'obiettivo politico di eliminare qualsiasi ostacolo all'occupazione slava, perseguito con una durezza che rispondeva a quella della precedente politica di snazionalizzazione del fascismo.
All'accordo siglato nel giugno del '45 dal maresciallo Tito e dal generale Alexander, e che prevedeva la divisione dell'area occupata nelle zone A e B, rispettivamente sottoposte al controllo alleato e a quello titino, seguì l'abbandono della città da parte delle forze jugoslave, quindi l'insediamento del Governo Militare Alleato. All'entrata in vigore del trattato di pace, il 15 settembre 1947, il Goriziano, mutilato della parte passata alla Jugoslavia, fu restituito alla sovranità italiana.
Si stabilì un clima da guerra fredda, caratterizzato da uno scontro ideologico che, a livello locale, significò anche contrapposizione di due realtà nazionali: l'Italia sconfitta e la Jugoslavia vincitrice. Ne derivarono l'identificazione dei comunisti come forze antinazionali e un diffuso bisogno di sicurezza, cui corrisposero massicci insediamenti di forze armate. L'afflusso dei profughi dall'Istria non fece che accrescere tali sentimenti.
Prevalentemente orientati a destra, avrebbero contribuito al successo elettorale del Movimento Sociale Italiano, che figurò, dal 1951 al '65, quale seconda forza politica della città. Il primo posto spettò alla Democrazia Cristiana, che lo occupò con sostanziale continuità dal 1948 fino agli anni Novanta.
L'economia di Gorizia era stata gravemente compromessa da una definizione dei confini che le tolse nove decimi del territorio. Per sopperire alle esigenze del bacino circostante, ora in territorio jugoslavo, sorse nel 1948 la città di Nova Gorica, Il suo sviluppo fu condizionato dalla carenza dei finanziamenti statali e dall'incremento demografico e si fondò, infine, sui casinò impiantati per garantire in fretta grosse riserve di liquidità alla nuova Slovenia, emancipatasi nel luglio 1991 dalla Jugoslavia.
La crisi subita da tutta la produzione tessile nazionale, e aggravata a livello locale dalla perdita del mercato dei Balcani, si ripercosse sul maggiore stabilimento industriale goriziano, il cotonificio. Le sue difficoltà fecero salire Gorizia ai vertici delle statistiche nazionali della disoccupazione. Un problema cui si cercò di rispondere, durante gli anni Cinquanta, con piani di aiuto all'occupazione, che produssero interventi a favore delle infrastrutture urbane e notevoli realizzazioni edilizie nei quartieri periferici: Sant'Andrea e Campagnuzza, dove sorse il "villaggio" degli esuli istriani e dalmati, infine Sant'Anna. La maggioranza democristiana riuscì a ottenere diversi provvedimenti a sostegno dell'economia: nel 1948 la Zona Franca, che stabilì esenzioni fiscali e doganali su contingenti annui di materie prime e prodotti destinati al consumo; nel 1955 il Fondo di rotazione per lo sviluppo delle iniziative economiche nelle province di Trieste e Gorizia; alla metà degli anni Settanta il Fondo Gorizia e, nel 1991, la legge sulle aree di confine. Lungo la frontiera, il cui controllo aveva portato a dilatare gli apparati burocratici operanti nella zona, ripresero i traffici. A timidi inizi seguì la creazione di aziende di trasporto, quindi la costruzione della stazione confinaria di Sant'Andrea, del vicino autoporto, del raccordo autostradale, di cui è previsto il collegamento alla rete autostradale slovena.
La grave crisi del settore tessile provocò, nei primi anni Ottanta, la chiusura del cotonificio e, all'inizio dei Novanta, il ricorso a interventi di emergenza in merito al problema della disoccupazione. Pur riuscendo a mantenere a lungo i livelli raggiunti, prevalentemente nel terziario, iI sistema delle agevolazioni non bastò a garantire lo sviluppo dell'area, che rimane marginale rispetto a zone più avanzate del Nord Italia e dell'Europa.
A fronte del mancato sviluppo, possibilità di crescita economica sono attualmente individuate soprattutto nella realtà universitaria e nella funzione di raccordo che l'area oggi è chiamata a svolgere tra il Friuli- Venezia Giulia e la Slovenia. La definitiva caduta del confine, il 21 dicembre 2007, segna in questo senso, per la città, un momento straordinario.
Lucia Pillon
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