Anna Di Gianantonio: l’integrazione necessaria


Anna Di Gianantonio ha insegnato per molti anni nelle scuole superiori ed è una ricercatrice. Si occupa di storia politica e sociale e ha pubblicato numerosi saggi sulla condizione dei lavoratori nel Goriziano. Presidente della sezione cittadina dell’Anpi, è anche un membro molto attivo dell’associazione Forum per Gorizia, formazione nata un decennio fa che ha partecipato più volte alle elezioni comunali locali. Il Forum è in prima linea nella lotta per i diritti dei richiedenti asilo. Emanuela Masseria l’ha intervistata per èStoria.

Alla luce della sua lunga esperienza come docente, cosa pensa che la storia possa insegnarci sui fenomeni migratori?

La storia ci può insegnare che i flussi migratori ci sono sempre stati fin dalla storia dell’umanità, come ci sono sempre state contaminazioni, mescolanze etniche e culturali; pensiamo a cosa è accaduto in Sicilia e al principe Federico II di Svevia che dominava anche sugli Arabi del territorio, di cui conosceva la lingua e apprezzava la scienza. Ma senza andare con la memoria al XII secolo, l’ultima emigrazione che ho studiato con Marco Puppini, nel nostro libro sulla famiglia Fontanot di Ronchi, è quella che riguarda circa 3 milioni di lavoratori italiani, andati dapprima a ricostruire il paese dopo la prima guerra, in base ad una serie di accordi con il governo francese, cui si aggiunsero negli anni Venti e Trenta circa un milione di clandestini scappati dall’Italia perché antifascisti. Bene, questi perseguitati nel loro paese e in cerca di lavoro, passarono le Alpi aiutati da passeurs, e furono la colonna portante della resistenza in Francia. Fu la Mano d’opera immigrata a combattere contro i nazisti. Sappiamo che i tre giovani Fontanot furono insigniti di medaglia d’oro al valor militare dal presidente Chirac, che ne riconobbe il ruolo importante. Essi combatterono per gratitudine verso la Francia che li aveva accolti e che sentivano come la loro patria elettiva.

Il tema dei richiedenti asilo continua a dividere l’opinione pubblica. Cosa pensa di questa polarizzazione che vede ormai due fronti contrapposti, dove da un lato si guarda soprattutto alla solidarietà e dall’altro prevale il timore dello straniero e dell’”invasione”?

Penso che mai come su questo tema si sia fatta una enorme propaganda. Molti articoli, comparsi anche sui quotidiani locali, dimostrano che in Italia non c’è alcuna invasione, essendo noi meno toccati di altri paesi, come il Libano ad esempio che in proporzione ne accoglie il doppio. E’ evidente che se non si impone ai comuni di prendere una certa quota e vi sono luoghi dove i profughi si ammassano, come succede a Gorizia e a Gradisca, il problema viene percepito maggiormente. Il fatto è che per questioni di consenso politico fa comodo indicare un nemico a cui attribuire il fallimento economico. Storicamente conosciamo l’efficacia di individuare capri espiatori. Noi stiamo male non per i migranti ma per la corruzione e per la mancanza di riforme coraggiose che il nostro paese non fa da anni.

Nella sua città arrivano ogni giorno profughi che non trovano una collocazione nei centri di accoglienza né altrove. Cosa risponde a chi ritiene che non ci sia posto per tutte queste persone?

Rispondo come sopra: la ricetta è l’accoglienza in tutti i comuni e l’adesione al progetto Sprar che costituirebbe anche una boccata di ossigeno economico per gli operatori della zona, in termini di alloggi affittati a prezzo di mercato, di operatori che lavorano, giovani che si impiegano nell’accoglienza, tutto direttamente controllato, si intende, dall’Ente Locale.

Cosa vuol dire, per lei, la parola “integrazione”?

Per me integrazione significa vivere nel XXI secolo. Questi sono i problemi che abbiamo davanti e vanno affrontati. Poi integrazione è curiosità di conoscere e discutere altre tradizioni e punti di vista. Così si sviluppa la cultura. Tradizionalmente è l’apertura e non la chiusura che fa evolvere il pensiero.

Con che politiche si potrebbe migliorarla?

Smontando culturalmente il razzismo che sta dilagando e dimostrando che stiamo facendo una lotta tra poveri. Nessuno protesta quando cinesi e arabi comprano intere ditte o squadre di calcio. Qui si protesta contro chi ha meno di noi, non certo per la sovranità nazionale messa già da tempo in discussione, visto che le nostre eccellenze manifatturiere sono tutte passate di mano nel silenzio generale.