Daniele Del Bianco, Isig e l’apporto scientifico

Nel 2015 l’Istituto di sociologia internazionale di Gorizia pubblica una ricerca, I barconi dei Balcani, che vuole contribuire in modo strutturato e scientifico al dibattito sugli arrivi di richiedenti asilo nel capoluogo isontino. Un’esperienza nuova in tutti i sensi, che ha progressivamente aiutato a inquadrare un fenomeno che, nell’arco di pochi mesi, si rivela tutt’altro che momentaneo. Su questi temi Emanuela Masseria ha intervistato, a due anni di distanza dalla pubblicazione dello studio, il direttore di Isig, Daniele Del Bianco.

Quali sono stati i principali frutti di questo lavoro, una volta calato nella sua realtà territoriale?

La ricerca cercava di inquadrare la figura del migrante che forse per la prima volta raggiungeva Gorizia. Volevamo capire chi fossero queste persone, la loro motivazione, la loro età ma soprattutto perché arrivavano qui e non nelle grandi città. Da questa prospettiva, possiamo dire che ci è voluto un po’ perché la stampa si concentrasse su questa indagine, anche perché all’inizio sembrava una situazione emergenziale. Una volta che si è visto che questa emergenza non era tale ma che si era in presenza di una condizione strutturale, c’è stato un maggiore interesse. Questo è stato un primo risultato. Si è passati dal “quantitativo”, dal capire quanti fossero, al qualitativo, cercando di comprendere chi erano e che tipo di percorso avevano fatto. Questo ha aiutato a porsi delle domande sul “perché Gorizia”. La ricerca è riuscita poi a sviluppare altri ragionamenti per ricostruire il sistema in cui la città veniva inquadrata. Si è iniziato a riflettere sulla presenza della Commissione territoriale per le richieste di asilo, sulla saturazione di determinati sistemi di accoglienza contigui come Udine o Trieste, ma anche su dimensioni più ampie, come quelle di Gorizia in connessione con altre città italiane come Milano e Roma. Quindi in definitiva lo studio ha iniziato ad essere sfruttato dal momento in cui si è capito che si era in presenza di una dimensione strutturale, come era stato evidenziato fin da subito.

La situazione attuale è cambiata di molto rispetto ai primi dati della ricerca?

È cambiato quello che è emerso all’inizio, cioè il fatto che si arrivava a Gorizia per caso o di rimbalzo da altri paesi europei. Questa era la porta dell’Est per l’Italia, l’ultima spiaggia una volta che si era stati respinti dalla Germania o dall’Austria, ad esempio. Ora si arriva grazie al passaparola che diffonde l’idea di una un’accoglienza buona e strutturata. La gente quindi viene perché trova tutto questo. Come allora però, la città è percepita come accogliente solo dal punto di vista tecnico-logistico, non sostanziale. I migranti pensano che non ci sia una reale volontà di dialogo e integrazione da parte della cittadinanza.

Come si può dare maggiore visibilità a studi di questo tipo e diffonderli al meglio?

Mi viene da dire che la ricerca è come la malizia, sta tutta negli occhi di chi guarda. Indubbiamente la diffusione del tema arriva soprattutto attraverso la stampa. Il suo ruolo, quello dei quotidiani in particolare, non è però scientifico ma interviene, piuttosto, quando la questione diventa scottante o per integrare le visioni un po’ più politicizzate. Il nostro sforzo comunque non è quello di proporre una produzione teorica pura ma è di dare supporto scientifico al decision making e al policy making. Quindi da un lato c’è la capacità dei ricercatori nel passare ai giornali l’informazione che coglie l’attim,o dall’altro c’è la diffusione, fondamentale per un polo di ricerca come il nostro, verso i policy makers, nella forma di contributi per il decisore e l’amministratore politico ma anche per il cittadino che voglia influire su un processo. L’informazione fino a se stessa non è un valore quindi. Lo è influenzare quei canali che possono farne un buon uso.

In che misura la politica utilizza questo genere di contributi? La strumentalizzazione è comunque sempre un grosso rischio?

Per noi l’importante è che i risultati siano strumentali. Le strumentalizzazioni sono inevitabili ma sono un problema di chi utilizza i risultati. La cosa fondamentale è che non ci sia in un giudizio di valore alla base della ricerca. Al di là del dibattito politico, è rilevante che il decisore abbia dei dati su cui dibattere e mediare. La ricerca serve ad avere strumenti e dati migliori, informazioni maggiori affinché la politica decida al meglio con il suo processo dialettico ed arrivi a delle decisioni che poi sono ovviamente soggette alle maggioranze, alle opposizioni e quant’altro. L’importante è che ci siano fonti certe a cui si possa risalire.

Avete in mente altri lavori o ricerche sui fenomeni migratori e sull’integrazione degli immigrati?

Abbiamo in piedi varie ricerche su questi temi a livello europeo. La più rilevante è stata finanziata dalla Fondazione Carigo e verte sul tema dell’accoglienza a Gorizia e nell’Isontino. Nello studio si cercano di assommare dati statistici oggettivi, come ad esempio le risorse, il numero di letti disponibili, le associazioni che ci lavorano, assieme a una richiesta che è sempre la stessa ma girata a tre categorie di stakeholders: amministratori, cittadini e richiedenti asilo. Indaghiamo sul livello di soddisfazione del sistema di accoglienza e sulla percezione di ciascuno rispetto all’altro attore. Si chiede quindi al cittadino se secondo lui le risorse spese sono troppe o troppo poche. La stessa domanda la si gira al migrante e all’amministratore. Se prima avevamo informazioni di prima mano sui migranti ora lavoriamo sulla percezione del fenomeno da parte di tutti. Potrebbe essere utile per uscire dai pregiudizi e per predisporre politiche più efficaci.