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«Noi donne ci occuperemo d’ora in poi di politica»

«Noi Donne» nasce a Parigi nel 1937: è un foglio periodico clandestino, simbolo delle donne italiane antifasciste emigrate in Francia. Tra le ideatrici figurano le comuniste Teresa Noce Longo e Xenia Silberberg Sereni. Nel 1943 la pubblicazione arriva in Italia e diventa espressione dei Gruppi di Difesa della Donna, le formazioni femminili multipartitiche che contribuiscono in modo significativo alla lotta partigiana contro il nazifascismo. Infine, uscita dalla clandestinità nel settembre 1944, diviene il quindicinale dell’Unione Donne Italiane. Già alla fine di quell’anno, l’UDI, inizialmente concepita come movimento femminile politicamente trasversale, finisce per rappresentare prevalentemente le donne comuniste e socialiste: sull’altro versante, quello democristiano, nasce infatti l’antagonista Centro Italiano Femminile (CIF)[1].

La direttrice di «Noi Donne», fino alla fine del conflitto, è la giovane comunista Nadia Gallico Spano, nata e cresciuta in Tunisia. Sotto il coordinamento di Spano, la testata matura una propria identità. Intende rivolgersi indistintamente «all’operaia e alla contadina, alla studentessa o alla sartina, alla donna o alla ragazza di casa»[2], con l’intento di prepararle e formarle al futuro che le attende. Un futuro prossimo che passerà inevitabilmente dall’ingresso femminile «nelle organizzazioni politiche, sindacali, culturali che risorgono nel nostro paese liberato dal fascismo»[3]. Sottesa, in particolare, è la convinzione che la rivendicazione e il raggiungimento dei diritti politici, civili e sociali delle donne non siano di per sé sufficienti, ma che sia necessario coltivare e diffondere in tutto il mondo femminile un certo livello di maturità e responsabilità rispetto alla vita pubblica.

Per far sentire la loro voce le donne hanno anzitutto bisogno di acquisire il diritto di votare ed essere votate. Sul numero di novembre 1944, viene pubblicato il testo integrale di una mozione inviata al Comitato di Liberazione Nazionale. Ad estenderla sono trasversalmente le rappresentanti dei centri femminili dei partiti liberale, democristiano, democratico del lavoro, d’azione, socialista e comunista. Tra queste, si ricordano Angela Maria Guidi Cingolani, Josette Lupinacci, Bastianina Musu Martini, Emilia Siracusa Calabrini e Rita Montagnana Togliatti, che «chiedono al Comitato di liberazione nazionale di partecipare alle prossime elezione amministrative su un piano di assoluta parità cogli uomini»[4]. In quei mesi, infatti, il governo Bonomi sta predisponendo i criteri per la compilazione delle liste elettorali e per la designazione dei seggi, lasciando del tutto in sospeso la cosiddetta «questione femminile».

Eppure – sostengono le firmatrici della mozione –, l’Italia sta combattendo per affermarsi pienamente come una democrazia moderna: per onorare questo processo deve necessariamente ammettere le donne al voto. Il suffragio femminile, peraltro, non è un tema sconosciuto: negli anni Dieci e Venti erano state numerose le proposte di legge per estendere il voto alle donne nelle elezioni amministrative[5].

Nella mozione al CLN, tuttavia, il diritto di voto femminile non è visto in funzione del completamento di quel percorso parlamentare iniziato prima dell’instaurazione del regime fascista. Le donne rivendicano tale diritto constatando in modo schietto e preciso il loro ruolo nella guerra e, soprattutto, nella Resistenza: «La lotta di liberazione contro i nazifascisti ha dimostrato la piena e consapevole solidarietà femminile con tutti i militanti del fronte interno e delle bande partigiane e quindi la raggiunta capacità di attiva collaborazione anche nell’opera di ricostruzione»[6]. Collaborazione che comprende la piena facoltà non solo di esprimere il proprio voto, ma anche di poter essere votate.

Per avvalorare la capacità delle donne nella gestione di incarichi pubblici, «Noi Donne» riporta alcuni casi esemplari. Quello di Cesira Fiore, sindaca provvisoria (in attesa dell’arrivo degli Alleati) di San Demetrio ne’ Vestini, comune nell’aquilano. Quello di Rita Buozzi – da poco vedova del sindacalista antifascista Bruno, morto nell’eccidio di La Storta – nominata ispettrice nazionale dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Ma segue anche il caso di Linda Puccini che, acclamata in un primo momento a ricoprire l’incarico di responsabile del Comitato di Assistenza nel comune di Anagni (Frosinone), è subito dopo costretta a fare un passo indietro. Il suo essere donna non si addice, secondo i più, a un simile ruolo[7].

Con il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945 le donne acquisiscono il diritto di voto passivo e attivo in tutte le elezioni. Per il provvedimento risulta determinante la convergenza tra Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, leader dei due partiti di massa animati da movimenti femminili strutturati. La novità è commentata sul quarto numero di «Noi Donne» del 1945, in concomitanza con i primi sei mesi di attività dell’UDI: «Non siamo che all’inizio. Tuttavia abbiamo già al nostro attivo […] vittorie di importanza nazionale. Abbiamo ottenuto il diritto di votare ed essere elette»[8].

Dopo il primo appuntamento delle elezioni amministrative, tenutesi tra marzo e aprile[9], la vera occasione elettorale è rappresentata dal 2 giugno 1946. Le donne, chiamate a votare per la scelta istituzionale tra monarchia e repubblica e per eleggere i membri dell’Assemblea costituente, si riversano in massa alle urne. Su 556 eletti figurano 21 donne: tra queste per la Democrazia cristiana Angela Maria Guidi Cingolani e per il Partito comunista Nadia Gallico Spano, Teresa Noce Longo e Rita Montagnana Togliatti[10]. Tutte animatrici, in forme diverse, di «Noi Donne»: Noce sin dai tempi della clandestinità parigina, Gallico come direttrice della testata nel delicato passaggio tra 1944 e 1945, Cingolani e Montagnana come figure emblematiche della Resistenza femminile.

[1] Sull’UDI: V. Tola (a cura di), Fare storia, custodire memoria. 1945-2015. I primi settant’anni dell’UDI, Ediesse, Roma, 2016; sul CIF: F. Taricone, Il Centro italiano femminile. Dalle origini agli anni Settanta, Franco Angeli, Milano, 2001

[2] «Noi Donne», 1944, n. 1, p. 2: Il nostro compito

[3] Ivi, p. 9: Il nostro movimento. Non c’è niente da perdere

[4] Ivi, n. 6, p. 3: Le Donne hanno diritto al voto. Mozione presentata al Comitato di Liberazione Nazionale

[5] F. Taricone, Per una storia sociale femminile: dall’Unità al fascismo, in «Il Politico», 1992, n. 2, pp. 341-364

[6] «Noi Donne», 1944, n. 6, p. 3: Le Donne hanno diritto al voto. Mozione presentata al Comitato di Liberazione Nazionale

[7] Ivi, p. 2: Cariche pubbliche, amministrative… alle donne?

[8] Ivi, 1945, n. 4, pp. 2-3: Che cosa abbiamo fatto e che cosa dobbiamo fare

[9] Ivi, 1946, n. 20, p. 2: Le donne elette ai Comuni

[10] Ivi, n. 21, p. 1: 11 dirigenti dell’UDI alla Costituente. Altre 10 deputate elette

Articolo di:

  • Serena Bonetti (Bergamo, 1998) si è laureata in storia all’Università di Siena nel 2020. Ad aprile discuterà la tesi magistrale in scienze storiche all’Università di Milano Statale, presentando una ricerca sulle commissioni Igiene e Sanità di Camera e Senato nella fase istitutiva del Servizio sanitario nazionale (1974-79). Il suo principale interesse di ricerca ricade sulle istituzioni politiche contemporanee, con una particolare attenzione al tema della rappresentanza femminile.

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